27 Agosto 2009
Lavo viso e collo frequentemente e con metodo. In pochi giorni riduco il sapone a un esile osso di seppia e poi lo unisco con pressione leggera sul fianco di quello nuovo.
Sono normale. Solo le mie piante non sono normali. Crescono molto veloci e da anni coprono tutto il soffitto, che ormai si screpola. Regolarmente tutto quello che interro sviluppa con vigoria e insolita misura. Dovevo fare il botanico, dovevo. Invece per quarant’anni ho dato il resto dai finestrini, al casello che sta a dieci minuti da qui. Senza mai sbagliare.
Anche il nòcciolo del mango è cresciuto: da tempo mi blocca la porta del bagno. E’ stato uno stupido gioco sputarlo nel vaso ma è cresciuto lo stesso, non è giusto.
Oggi mi fisso sul vuoto giù dal balcone e mi gira la testa. Non respiro. Per il troppo amore, l’unica pianta che ho ucciso fu quella che mi lasciasti. Nel 1975. Troppa acqua, per il troppo amore.
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25 Giugno 2009
Osvaldo, che tutti chiamano il pistola, a certe cose non ci arriva proprio. Ultimamente si irrita se non riesce a ingerire le supposte senza berci dell’acqua sopra.
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8 Aprile 2009
1958 – Il figlio.
Domare una Mondial non è facile. Le piste sconnesse disarcionano anche i migliori. L’asfalto duro provoca fratture scomposte ma infine regala un cuoco nuovo di zecca alle piattaforme al largo della costa del Congo. Ai fornelli, poi, la giovinezza si spegnerà lentamente.
1940 – Il padre.
In un pomeriggio d’afa un postino pedala in via della Beverara. I fascisti lo disarcionano. Lo picchiano a sangue e lo gettano in un fosso insieme a cartoline illustrate da tutt’Italia, stampate con il Vinceremo di regime.
2009 – Ancora il figlio.
Le mani ossute gesticolano e agitano l’aria malsana della sala d’attesa. La vitalità è intatta e racconta d’ogni cosa passata, della pressione alta e dei danni di altre medicine.

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1 Aprile 2009
L’imputato guardò la corte con sufficienza, di prove. Fu condannato.
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28 Marzo 2009

Lo scirocco cala improvvisamente fino a cessare e il mare di scatto si paralizza e offre una superficie piatta e biancastra come cera fusa. Dalla sommità del promontorio di macchia e rocce scure Asdrea distingue le correnti. Sono strisce di varie opacità, stese le une fiancheggiando le altre, lunghe e dritte come solchi monotoni di pianura oppure corte e irregolari come profili d’enormi imbuti. Le correnti non increspano l’acqua ma la muovono impercettibilmente ognuna in direzione propria. Sul mare a perdita d’occhio picchettano i pesci: in banchi con salti corti e arcuati o anche come aerei in decolli solitari, lunghi e dritti sul pelo dell’acqua. I gabbiani da sopra cantano in cerchi e assediano i pesci in volo. Il mare vive placidamente questo mattino presto di bonaccia e Asdrea freme. Scende di fretta per il sentiero più breve e maggiormente scosceso. L’affanno lo inciampa in un masso di pietra lavica immobile da migliaia di anni, ormai sulla sabbia accanto alla barca a remi. La BluVarkë. Ha levigato con cura lo scafo per renderlo più veloce in navigazione. Già da mesi, per ore ogni giorno, si allena a remare sul vogatore di uno zio morto, annegato. Vuole attraversare il mare con le sole proprie braccia, giovani e lunghe.
La BluVarkë galleggia perfettamente. I remi di mogano penzolano dagli scalmi, fissati molto a poppa per riuscire a planare. Il sedile anteriore di una vecchia Zastava è al centro fra i remi, con lo schienale rivolto a prua. Taniche d’acqua dolce, chili di pane e salami di pollo. Una lenza con ami. Un sacco a pelo, maglioni e un giaccone. E’ maggio.
Seduto sul trono posticcio Asdrea rema con ritmo lento ma vigoroso. La BluVarkë scivola silenziosa e l’acqua è come un lago quieto. Gli unici suoni sono i cigolii degli scalmi, le pale dei remi che schiaffeggiano l’acqua e i tonfi dei pesci. Il cielo basso e l’aria tutto intorno sono pesanti. Nella foschia s’intravedono ancora le montagne brulle abbandonate.
A sedici anni Asdrea con un rischioso travaglio decide di farsi rinascere altrove. Rema ostinatamente e un succo salato di mare gli taglia il viso imberbe. Piange la terra, la madre e gli amici lasciati. L’ignoto. La BluVarkë avanza colma di lacrime e del trambusto dei suoi pensieri, ugualmente.
Sono trascorse molte ore e Asdrea è stanco. Due verdesche sfrontate nuotano in superficie in circoli stretti. Una osa farsi sfiorare sul dorso mentre l’altra recalcitra e si lascia affondare nel ventre del mare. Asdrea si risiede e ricomincia a remare. Il sole sulla coltre densa d’umidità biancastra è già alto. In solitudine e in malinconia e fatica Asdrea canta.
” La nobile fanciulla il prigioniero
armò e s’avviò con lui,
dritto al lido del mare.
Salì su una nave combattuta dal vento,
di là dal mare si posò.
Ma come scese alla spiaggia straniera,
rimase come impietrita
e rivolta verso il mare:
O mia bella Morea,
come ti ho lasciato più non ti vidi!
Ivi ho lasciato il signor padre,
ivi ho lasciato la signora madre,
ivi ho lasciato anche mio fratello:
tutti sepolti.
O mia bella Morea,
come ti ho lasciato più non ti vidi! “
[trad. tratta da La Scommessa Della Morea, canto popolare albanese]
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23 Gennaio 2009
Il parapetto di ruggine e cemento lo sostiene a malapena mentre gioca a sporgersi e specchiarsi nel fiume. Alcuni refoli di maestrale lo graffiano sul volto e quasi senza scomporsi gli scivolano sulla nuca grassa, accelerando. L’aria è un trambusto di fischi lunghi e di foglie e polveri.
Nella casa in riva destra lei è magra da sempre e non si è sposata mai. Lungo il corridoio colorato di rosa shocking come la sua vestaglia, ora strappa un passo lento dopo l’altro uguale, con una mano sul muro e l’altra sul bastone. Ogni tanto alza il viso e guarda la finestra sbattere. Così, ferma, respira.

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19 Dicembre 2008
Eravamo molto giovani. La vidi camminare felicemente magra e ornata da seni spigolosi e da una chioma riccia e lunga, nello stretto vicolo fra il mio barbiere e il negozio d’animali esotici.
Mi piaceva, in verità, già nelle culle del reparto di maternità, nei giorni in cui ci nutrivamo di latte materno e soprattutto dormivamo. Giorni in cui suo padre, un siriano appesantito da vari odori di spezie, scomparì per sempre.
Per guardarla passare, oltre la vetrina, dovetti torcere gli occhi fino ai limiti delle orbite, mentre la canfora disinfettava le mie guance e la radio cantava volare. Il barbiere, silenziosamente come se qualcuno potesse ascoltarci, mi disse che l’indomani lei sarebbe partita in cerca del padre. Per me fu come ingoiare un ciuffo enorme di capelli.
In Siria, invece, si sposò ed ebbe figli.

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11 Novembre 2008
Nell’attesa della metropolitana lo stupore la inebetì, finché il pistacchio sciogliendo le sgocciolò di verde e di fresco le dita dei piedi. Lui era fermo accanto a lei, zaino in spalla e stordito dal caldo peggiore e secco dell’agosto madrileno. Finalmente la vide. Si salutarono brevemente con una frase di circostanza e ognuno salì trafelato sul proprio treno. Durante il tempo dei viaggi, in direzioni opposte, pensarono ininterrottamente a quel casuale incontro, avvenuto a migliaia di chilometri dalla loro vecchia casa. Lui lo risolse come una semplice coincidenza, lei invece gli attribuì da subito un valore metafisico e poi, al trascorrere dei minuti, addirittura profetico e divinatorio.
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8 Novembre 2008
Al primo posto le donne, che sono sempre tutte troie. Poi la lazio e poi la sezione e il tricolore. Leoluca, in piazza con gli addominali duri e le mani sudate, regge una spranga all’altezza del petto. Al rompete le righe fa un passo in avanti più corto di quello dei suoi camerati, per bastonare l’aria a vuoto e sfoggiare la foga. Si ritrova sotto una pioggia di sedie. In una bottega di una via parallela, suo padre cuce pelle e ascolta musica araba.
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3 Novembre 2008
Oggi Teo come un attore in proscenio offre la prima di smorfie nuove e gorgheggi, mentre vola leggero dalla vetrina dei dolci ai vapori del latte. Gli dico che il caffé come lo fa lui non lo fa nessuno, solo perché mi diverte sentirmi dare del ruffiano e dell’adulatore. Il pavone stridulo mi canta -Il suo nome è donna rosa, cara, bella, sorridente e deliziosa e vuole me!- e danza avanti e indietro. Al banco due gemelle degli inizi del novecento sono immobili e identiche l’una all’altra: con le mani destre accostate alle bocche molto secche e i mignoli alzati come piccole antenne reggono due tazzine sbavate di rosso. Attonite e compiutamente trapassate, sotto pesanti parrucche mogano lo fissano. I loro caffé finiscono di freddarsi nel tempo di -Vorrei coprir la tua bocca, di baci, di baci, di baci, per dirti quanto mi piaci e poi tenerti sul cuor!-.
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3 Novembre 2008
Una telecamera guarda dall’alto l’incrocio e fissa un passaggio col rosso.
Allora fai una cosa: rilassati e fra due o tre giorni quando hai messo da parte i soldi mi richiami. Ciao amore. La ragazza nera spegne il cellulare e mentre dice vaffanculo lo sbatte in una borsetta verde a pois bianchi. Questa sera non vuole baciare nessuno. Vuole solo spiegare la vita che ha fatto al suo amico nuovo, purché lui ascolti in silenzio, seduti alla fermata del 38 nel piazzale svuotato della stazione centrale.
Fa caldo ancora come se fosse giugno. Poco più in là due giovani che sembrano slavi litigano fino a sfiorarsi e accanto una donna zitta si strugge, inginocchiata con la testa fra le mani. Le voci come latrati rimbalzano sui palazzi.
Uno stronzo mi diceva che mi amava e che mi comprava una casa. Ma io non ci casco. Lo so che poi scompaiono e la casa non te la comprano mai. Vogliono solo scopare gratis. Sono parole animate e escono come una raffica sporca di saliva.
Una volante vuota davanti al McDonald’s ha i lampeggianti accesi, come una giostra blu abbandonata.
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3 Novembre 2008

In spiaggia Pier e Cecile si scoprirono nella canicola di mezzogiorno e il sole ore dopo scomparendo fece ancora in tempo a scaldarli che già amoreggiavano, secchi di salsedine e ignari che due mesi dopo sarebbero stati sposati.
Ecco i fatti. Pier quel giorno era insolitamente magro e madido di creme. Vagabondava con gli occhi socchiusi fra gli ombrelloni piantati in riga come soldati, quando la propria ombra stanca e incastrata nei piedi sfiorò lievemente la mano affilata e nodosa di Cecile. Distesa su un telo rosso stampato di palme e noci di cocco e con varie scritte California Holiday, in una posizione simile a La Paresse di Vallotton, Cecile nelle sue forme morbide guardò Pier e sorrise. Al tramonto erano felici e stretti nello spazio fra il telo e la sabbia quando la libido dolce di entrambi fu improvvisamente scossa da una contrazione frettolosa dei glutei e dei muscoli del bacino di Pier, che involontariamente così riversò la propria parte più vispa dentro e oltre le cosce di Cecile. Lei inebetì. Da quel momento una precisa tempesta di proteine si liberò nel suo sangue e le modificò progressivamente l’umore e il corpo.
Padre Diego era un ragazzone argentino dai capelli corvini e intrecciati dietro la nuca in una coda lunga. Il forte vento da sud scompigliò le acconciature di ognuno degli invitati, ma Padre Diego celebrò ugualmente il matrimonio di Pier e Cecile in centro città nella chiesa maggiore, a pianta di croce greca, lasciandone spalancate porte e finestre. Durante tutta la cerimonia dal cranio di Tony il fotografo lacrimarono perle di un sudore che puzzava d’aglio, per la dieta monotona e l‘afa. I suoi scatti furono ugualmente rispettosi del pudore di Cecile, che non volle apparire mai con il profilo gonfio della pancia. Padre Diego per bontà non cedette ai colpi di testa per i quali era noto, come nella famigerata omelia in cui i fedeli si telefonarono l’uno con l’altro, per simulare che fosse Dio in quel momento a chiamarli, trasformando la chiesa in un inferno di suonerie e di entusiasmo. Quella volta in prima pagina apparvero la foto di un prete proteso dall’altare e il titolo -Dio vi sta chiamando. Dio vi sta chiamando. Rispondete, Dio io ti amo. Rispondete, Dio io ti amo-.
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3 Novembre 2008
Trascorse gli anni da ragazzo ad apparire caparbiamente sempre uguale nelle foto, in camicie felpate a quadroni, da boscaiolo, e pantaloni della tuta. Già allora però pregustava, forse senza saperlo, la metamorfosi che nel ‘95 lo dimagrì e gli rinnovò finalmente il guardaroba.
Da sempre è un poeta. I versi che scrive li scova solitari e nascosti fra le pieghe dei suoi più normali pensieri, strappandoli con avidità e fame proprie di primitivi in caccia d’animali nelle tane. I suoi versi, all’ascolto, suonano tenaci come un tamtam sui tronchi e sono l’unico prelibato cibo di cui la sua mente riesca a nutrirsi.
Questo pomeriggio, ormai adulto, vaga per i negozi del centro storico, con il portamento goffo e forte di chi si è accresciuto allo specchio di una palestra e con l’animo nuovamente irrequieto, in cerca di un’identità estetica che lo trasformi ancora. Così sceglie una montatura d’occhiali bianca ed eccentrica, come quelle viste sul viso di certi artisti.
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3 Novembre 2008

Un uomo corpulento e dal viso tondo è sdraiato supino sulla riva, bianco pallido e con le gambe ammollo nell’acqua ferma e trasparente come vetro. E’ l’unico vero cadavere della spiaggia. E’ un corpo immobile, al quale la morte toglie le inibizioni e fa mostrare un pancione colmo di mare che pare scoppiare. Attorno gli si stringe un cerchio di poliziotti senza uniforme, il più basso dei quali scatta fotografie da un’angolazione talmente scomoda da doversi bagnare le scarpe e le calze fino ai polpacci. Quello calvo, intanto, con pignoleria prende molte misure e gli altri guardano e fumano. A destra e a sinistra, sul corto arenile, una folla imperturbabile insegue la propria migliore abbronzatura. Palle colorate saltano da una racchetta all’altra e per i soliti errori finiscono mute nella sabbia. Alcune ragazze belle stanno fintamente assorte in romanzi e piuttosto invece ostentano i loro seni, distesi su teli di spugna. Nessuno s’accorge di nulla.
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3 Novembre 2008
Se ne sta lì seduto, nel centro dell’area, anche se la panca è dura e ci sono raffiche di vento. Vicino, nel campo da basket, cinque giovani neri sono di fretta: sudano e corrono il doppio per fottere il tempo troppo veloce. Devono strizzare i minuti e darsele anche di santa ragione, per sentirsi finalmente sfiniti e paghi.
Lui, invece, se ne sta lì in silenzio. Lo sguardo fisso e assorto oltre la rete di recinzione, sul deserto vuoto, come se sopra la cornice di filo spinato non ci fossero blu intenso e nuvole gonfie a dare spettacolo.
L’area è un rettangolo molto vasto, più o meno il doppio della piazza in città, e permette forse un’illusione di libertà: ma oggi è un’ora d’aria insolita e lui non vuole goderne. Anzi piuttosto torturarsi.
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3 Novembre 2008

La trivella lavorò come il sesso impazzito di un maschio, per molti mesi. Finalmente sfondò la falda. L’acqua freatica irruppe con fragore inatteso in superficie, nello stesso istante in cui nella casa non lontano nacque la bambina. Lo zampillio durò il tempo dei primi vagiti: innaffiò il terrapieno attorno al pozzo, mentre il sangue vivo del parto bagnava le mani della levatrice e colando sulle natiche della puerpera sporcava il letto.
La piccola stava bene e senza capelli. Era la primogenita di una famiglia di contadini, da meno di un anno arrivati in pianura in cerca di terra più fertile.
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3 Novembre 2008
Nessuno in paese fu capace di spiegare nulla di quanto era accaduto, neanche il disumano invaghimento, proprio quella mattina, del giornalaio per la giornalista, dopo che ebbe letto l’ultimo suo articolo nelle cronache locali. La sparatoria sorprese tutti nel pieno silenzio della notte trascorsa, come la gelata nelle stesse ore i fiori del mandorlo in piazza. I corpi, della moglie del giornalaio, del vecchio parroco e della puttana più casta della vallata, che mai aveva venduto nulla che non fosse baci, furono ritrovati all’alba misteriosamente accatastati sotto il portone della chiesa, abbracciati nel sangue e con i volti tesi al mandorlo, a volerne patire la sofferenza.
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3 Novembre 2008
In una mattina di tramontana, l’acerbo Henri scoprì i limiti della propria natura quando a scuola gli spiegarono che gli alberi sapevano amarsi nel vento.
Proprio quel giorno, sulla strada di casa, intravide sua cugina camminare da sola in direzione di dove si perdevano le foglie. In quel momento si sentì meno potente e capace di un albero.
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3 Novembre 2008
Pierre era un ragazzo difficile e su Carlo Magno, che lo annoiava molto, aveva abbandonato la scuola, quindi trascorreva la maggior parte delle giornate a far nulla, a zonzo fra i palazzoni della periferia, insieme a qualche coetaneo che aveva smesso di studiare più o meno anche lui sugli stessi capitoli. Ogni tanto, con le tasche piene di sassi, si concedeva lo svago di mandare in frantumi un po’ di finestre a Montmartre oppure, soltanto nella stagione più calda, nottetempo s’introduceva nel parco pubblico dove lavorava suo padre e seduto sul bordo del laghetto serenamente pescava tartarughe.
Carlo Magno, nello stesso periodo, non aveva mai smesso di rigirarsi nel proprio ipogeo, infastidito e offeso dal comportamento di Pierre e per l’energia e la passione che, in vita, sentiva di aver sprecato nel concepire la scuola moderna. Più di mille anni prima.

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