Ratafiamm.
maggio 26th, 2011 § Lascia un commento
Luce fuori (Low Budget Invasion, 2011).
Luce fuori Andiamo a vedere Nuvole, stelle o sole Luce che passa le persiane Sveglia le persone Luce fuori E che vita di merda Fanno i vampiri Niente spiaggia Niente caffè Ai tavolini fuori Luce che Era ora Era proprio ora Pure io esco Adesso Tocca a me Troppi giorni di oscurità E che bei colori che ha La luce naturale Senza interruttore Luce fuori Andiamo a vedere Nuvole, stelle o sole Luce che passa le persiane Sveglia le persone Luce che Era ora Era proprio ora Pure io esco Adesso Tocca a me
Blu.
maggio 16th, 2011 § Lascia un commento
Un regalo. Un ombrellino da neonato, di un blu molto acceso, che si aggancia perfettamente al telaio della mia sedia.
Ora però non mi serve più.
Al giardinetto hanno spostato i tavolini sotto gli ippocastani più grandi. Lì, in buona ombra, in questi interminabili pomeriggi di maggio, si danna lentamente la mia vecchiaia.
Eccomi: sola e muta: per ore vi siedo accanto, belle signore bionde, sfinita dal continuo e concitato parlarvi addosso.
Oggi sono sincera e talmente stanca da augurarvi la morte. Vi feriscano i vostri stessi suoni, incomprensibili, e le vostre orribili risate, anche.
1950.
luglio 21st, 2010 § Lascia un commento
Lei urlò dalla finestra: «Vieni». E ancora, a squarciagola: «Vieni». Faceva molto caldo e la resina dei pini si scioglieva nell’aria fino a farsi annusare.
«Cos’è?» chiese lui, scalando gradini a passi lunghi.
«Femmina», sentì rispondere con voce impassibile. Fermo in corridoio, per darsi tempo cercò i fiammiferi nelle tasche più scomode; poi aggiunse: «Ancora un’altra?».
Si. Ancora un’altra femmina.
«Cosa vuoi da me? Vuoi capire che non è colpa mia se tu fai solo femmine?». Risero. Abbracciandosi appena s’accorsero d’avere in comune il sudore dolciastro dei fichi di colazione.
La bambina stava bene e già succhiava silenziosamente colostro. Nata minuta e con un casco di capelli neri come calamai.
Le donne del quartiere, al momento preciso, si fidavano soltanto di lei. Nelle case impartiva abilmente il ritmo dello spingere e del respirare, mentre teli bianchi bollivano in acqua e cenere.
Annunciazione.
maggio 14th, 2010 § Lascia un commento
La minicronaca La BluVarkë è sul numero 02 di Krill, Rivista quadrimestrale sull’immaginario, in libreria dal 14 maggio (Lupo Editore). Ringrazio la redazione della rivista per questo bel regalo.
Per il troppo amore.
agosto 27th, 2009 § Lascia un commento
Lavo viso e collo frequentemente e con metodo. In pochi giorni riduco il sapone a un esile osso di seppia e poi lo unisco con pressione leggera sul fianco di quello nuovo.
Sono normale. Solo le mie piante non sono normali. Crescono molto veloci e da anni coprono tutto il soffitto, che ormai si screpola. Regolarmente tutto quello che interro sviluppa con vigoria e insolita misura. Dovevo fare il botanico, dovevo. Invece per quarant’anni ho dato il resto dai finestrini, al casello che sta a dieci minuti da qui. Senza mai sbagliare.
Anche il nòcciolo del mango è cresciuto: da tempo mi blocca la porta del bagno. E’ stato uno stupido gioco sputarlo nel vaso ma è cresciuto lo stesso, non è giusto.
Oggi mi fisso sul vuoto giù dal balcone e mi gira la testa. Non respiro. Per il troppo amore, l’unica pianta che ho ucciso fu quella che mi lasciasti. Nel 1975. Troppa acqua per il troppo amore.
Osvaldo.
giugno 25th, 2009 § Lascia un commento
Osvaldo, che tutti chiamano il pistola, a certe cose non ci arriva proprio. Ultimamente si irrita: non riesce a ingerire la supposta della sera senza berci dell’acqua sopra.
‘Un gioioso saluto da Bologna’.
aprile 8th, 2009 § Lascia un commento
1958 – Il figlio. // Domare una Mondial non è facile. Le piste sconnesse disarcionano anche i migliori. L’asfalto duro provoca fratture scomposte ma infine regala un cuoco nuovo di zecca alle piattaforme al largo della costa del Congo. Ai fornelli, poi, la giovinezza si spegnerà lentamente.
1940 – Il padre. // In un pomeriggio d’afa un postino pedala in via della Beverara. I fascisti lo disarcionano. Lo picchiano a sangue e lo gettano in un fosso insieme a cartoline illustrate da tutt’Italia, stampate con il Vinceremo di regime.
2009 – Ancora il figlio. // Le mani ossute gesticolano e agitano l’aria malsana della sala d’attesa. La vitalità è intatta e racconta d’ogni cosa passata, della pressione alta e dei danni di altre medicine.

In aula.
aprile 1st, 2009 § Lascia un commento
L’imputato guardò la corte con sufficienza, di prove. Fu condannato.
La BluVarkë.
marzo 28th, 2009 § 2 commenti

Lo scirocco cala improvvisamente fino a cessare e il mare si paralizza in forma di cera piatta e lattescente. Dalla sommità del promontorio di macchia e rocce scure Asdrea distingue le correnti in strisce di varie opacità: lunghe e dritte come monotoni solchi d’aratro oppure simili a irregolari profili d’enormi imbuti. Le correnti non increspano l’acqua ma la muovono impercettibilmente ognuna in direzione propria. A perdita d’occhio i gabbiani stridono al guizzo dei pesci. Banchi dal salto corto e arcuato oppure solitari decolli, lunghi e dritti sul pelo dell’acqua. Il mare seconda placidamente questo mattino presto di bonaccia.
Asdrea freme. Scende con furia per il sentiero più breve e maggiormente scosceso. Sulla sabbia l’affanno lo inciampa in un masso di pietra lavica fermo da sempre, proprio accanto alla BluVarkë. Ne accarezza lo scafo levigato con cura per filare veloce. Già da mesi per molte ore ogni giorno, si allena sul vogatore di uno zio morto annegato. Vuole attraversare il mare con le proprie braccia giovani e lunghe.
La BluVarkë galleggia perfettamente. I remi di mogano ciondolano dagli scalmi e il sedile di una vecchia Zastava attende con lo schienale rivolto a prua. Taniche d’acqua, chili di pane e salami di pollo. Una lenza. Una coperta e un giaccone. Maggio.
Seduto Asdrea rema con ritmo lento ma vigoroso. La BluVarkë scivola sonnolenta, silenziosa sulla propria pista quieta. Gli unici suoni sono i cigolii degli scalmi, i colpi dei remi che imboccano l’acqua e i tonfi dei pesci. Il cielo e l’aria tutto intorno sono pesanti. Nella foschia s’intravedono ancora le montagne brulle abbandonate.
A sedici anni Asdrea accetta un rischioso travaglio e decide di farsi rinascere altrove. Rema ostinatamente e il succo salato del mare gli taglia il viso. Patisce la terra madre e i compagni lasciati. La BluVarkë ora avanza a strattoni come singhiozzi.
Dopo molte ore Asdrea è stanco. Due pescecani sfrontati giocano a galla in circoli stretti. Uno osa farsi sfiorare sul dorso mentre l’altro recalcitra e si lascia affondare nel ventre del mare. Il sole supera finalmente la coltre d’umidità densa e Asdrea in malinconia canta.
” La nobile fanciulla il prigioniero
armò e s’avviò con lui,
dritto al lido del mare.
Salì su una nave combattuta dal vento,
di là dal mare si posò.
Ma come scese alla spiaggia straniera,
rimase come impietrita
e rivolta verso il mare:
O mia bella Morea,
come ti ho lasciato più non ti vidi!
Ivi ho lasciato il signor padre,
ivi ho lasciato la signora madre,
ivi ho lasciato anche mio fratello:
tutti sepolti.
O mia bella Morea,
come ti ho lasciato più non ti vidi! “
[trad. tratta da La Scommessa Della Morea, canto popolare albanese]
La finestra.
gennaio 23rd, 2009 § Lascia un commento
Il parapetto di ruggine e cemento lo sostiene a malapena mentre gioca a sporgersi e specchiarsi nel fiume. Alcuni refoli di maestrale lo graffiano sul volto e quasi senza scomporsi scivolano sulla nuca grassa, accelerando. L’aria è un trambusto di fischi lunghi e di foglie e polvere.
Nella casa in riva destra lei è magra, da sempre, e non si è sposata mai. Lungo il corridoio colorato di rosa, shocking come la sua vestaglia, ormai strappa un passo lento dopo l’altro uguale; una mano sul muro e l’altra sul bastone. Per sollievo alza il viso e guarda la finestra sbattere. Ferma, così, respira.

Madrid, maggio 1980.
dicembre 19th, 2008 § Lascia un commento
Eravamo molto giovani. La vidi camminare felicemente magra e ornata da seni spigolosi e da una chioma riccia e lunga, nello stretto vicolo fra il mio barbiere e il negozio d’animali esotici.
Mi piaceva, in verità, già nelle culle del reparto di maternità, nei giorni in cui ci nutrivamo di latte materno e soprattutto dormivamo. Giorni in cui suo padre, un siriano appesantito da vari odori di spezie, scomparì per sempre.
Per guardarla passare, oltre la vetrina, dovetti torcere gli occhi fino ai limiti delle orbite, mentre la canfora disinfettava le mie guance e la radio cantava volare. Il barbiere, silenziosamente come se qualcuno potesse ascoltarci, mi disse che l’indomani lei sarebbe partita in cerca del padre. Per me fu come ingoiare un ciuffo enorme di capelli.
In Siria, invece, si sposò ed ebbe figli.

L’incontro.
novembre 11th, 2008 § Lascia un commento
Nell’attesa della metropolitana lo stupore la inebetì, finché il pistacchio sciogliendo le sgocciolò di verde e di fresco le dita dei piedi. Lui, proprio lui, le era fermo accanto. Zaino in spalla e stordito evidentemente dal caldo peggiore e secco dell’agosto madrileno. Finalmente la vide. Si salutarono brevemente con una frase di circostanza e ognuno salì trafelato sul proprio treno. Durante il tempo dei viaggi, in direzioni opposte, pensarono ininterrottamente a quel casuale incontro, avvenuto a migliaia di chilometri dalla loro vecchia casa. Lui lo risolse come una semplice coincidenza, lei invece gli attribuì da subito un valore metafisico e poi, al trascorrere dei minuti, addirittura profetico e divinatorio.
Paternità.
novembre 8th, 2008 § 1 commento
Al primo posto le donne, che sono sempre tutte troie. Poi la lazio e poi la sezione e il tricolore. Leoluca, in piazza con gli addominali duri e le mani sudate, regge una spranga all’altezza del petto. Al rompete le righe fa un passo in avanti più corto di quello dei suoi camerati, per bastonare l’aria a vuoto e sfoggiare la foga. Si ritrova sotto una pioggia di sedie. In una bottega di una via parallela, suo padre cuce pelle e ascolta musica araba.
21 e trenta.
novembre 3rd, 2008 § Lascia un commento
Una telecamera guarda dall’alto l’incrocio e fissa un passaggio col rosso.
Allora fai una cosa: rilassati e fra due o tre giorni quando hai messo da parte i soldi mi richiami. Ciao amore. La ragazza nera spegne il cellulare e mentre dice vaffanculo lo sbatte in una borsetta verde a pois bianchi. Questa sera non vuole baciare nessuno. Vuole solo spiegare la vita che ha fatto al suo amico nuovo, purché lui ascolti in silenzio, seduti alla fermata del 38 nel piazzale solitario della stazione centrale.
Fa caldo ancora come se fosse giugno. Poco più in là due giovani, forse slavi, litigano fino a sfiorarsi e accanto una donna zitta si strugge, inginocchiata con la testa fra le mani. Hanno voci che sono latrati di rimbalzo sui palazzi.
Uno stronzo mi diceva che mi amava e che mi comprava una casa. Ma io non ci casco. Lo so che poi scompaiono e la casa non te la comprano mai. Vogliono solo scopare gratis. Sono parole animate e escono in una raffica sporca di saliva.
Una volante vuota davanti al McDonald’s ha i lampeggianti accesi, come una giostra blu abbandonata.
La Paresse.
novembre 3rd, 2008 § Lascia un commento

In spiaggia Pier e Cecile si scoprirono nella canicola di mezzogiorno e il sole ore dopo scomparendo fece ancora in tempo a scaldarli che già amoreggiavano, secchi di salsedine e ignari che due mesi dopo sarebbero stati sposati.
Ecco i fatti. Pier quel giorno era insolitamente magro e madido di creme. Vagabondava con gli occhi socchiusi fra gli ombrelloni piantati in riga come soldati, quando la propria ombra stanca e incastrata nei piedi sfiorò lievemente la mano affilata e nodosa di Cecile. Distesa su un telo rosso stampato di palme e noci di cocco e con varie scritte California Holiday, in una posizione simile a La Paresse di Vallotton, Cecile nelle sue forme morbide guardò Pier e sorrise. Al tramonto erano stretti e felici nello spazio fra il telo e la sabbia quando la libido dolce di entrambi fu scossa da una contrazione frettolosa dei glutei e del bacino di Pier, che involontariamente così riversò la propria parte più vispa dentro e oltre le cosce di Cecile. Lei inebetì. Da quel momento una precisa tempesta di proteine si liberò nel suo sangue e le modificò progressivamente l’umore e il corpo.
Padre Diego era un ragazzone argentino dai lunghi capelli corvini e intrecciati dietro la nuca. Il forte vento da sud scompigliava le acconciature di ognuno degli invitati ma Padre Diego celebrò ugualmente il matrimonio, nella chiesa maggiore a pianta di croce greca, lasciando spalancate porte e finestre. Durante tutta la cerimonia dal cranio di Tony il fotografo lacrimarono perle di un sudore ricco d’aglio, per l’afa e la dieta monotona. I suoi scatti assecondarono il pudore di Cecile, che non volle apparire con il profilo gonfio della pancia. Padre Diego, fortunatamente, non cedette ai colpi di testa per i quali era noto, come la famigerata omelia in cui convinse i fedeli a telefonarsi l’uno con l’altro per simulare che fosse Dio in quel momento a chiamarli. Quella volta in prima pagina apparve un prete proteso dall’altare e il titolo -Dio vi sta chiamando. Dio vi sta chiamando. Rispondete, Dio io ti amo. Rispondete, Dio io ti amo-.
La montatura.
novembre 3rd, 2008 § Lascia un commento
Trascorse gli anni da ragazzo ad apparire caparbiamente sempre uguale nelle foto, in camicie felpate a quadroni, da boscaiolo, e pantaloni della tuta. Già allora però pregustava, forse senza saperlo, la metamorfosi che nel ’95 lo dimagrì e gli rinnovò finalmente il guardaroba.
Da sempre è un poeta. I versi che scrive li scova solitari e nascosti fra le pieghe dei suoi più normali pensieri, strappandoli con avidità e fame proprie di un primitivo a caccia d’animali nelle tane. I suoi versi, all’ascolto, suonano tenaci come un tamtam sui tronchi e sono l’unico prelibato cibo di cui la sua mente riesca a nutrirsi.
Questo pomeriggio, ormai adulto, vaga per i negozi del centro storico, con il portamento goffo e forte di chi si è accresciuto allo specchio di una palestra e con l’animo nuovamente irrequieto, in cerca di un’identità estetica che lo trasformi ancora. Così sceglie una montatura d’occhiali bianca ed eccentrica, come quelle viste sul viso di certi artisti.
Silba.
novembre 3rd, 2008 § Lascia un commento

Un uomo corpulento e dal viso tondo è sdraiato supino sulla riva, bianco pallido e con le gambe ammollo nell’acqua ferma e trasparente come vetro. E’ l’unico vero cadavere della spiaggia. E’ un corpo immobile, al quale la morte toglie le inibizioni e fa mostrare un pancione colmo di mare che pare scoppiare. Attorno gli si stringe un cerchio di poliziotti senza uniforme, il più basso dei quali scatta fotografie da un’angolazione talmente scomoda da doversi bagnare le scarpe e le calze fino ai polpacci. Quello calvo, intanto, con pignoleria prende molte misure e gli altri guardano e fumano. A destra e a sinistra, sul corto arenile, una folla imperturbabile insegue la propria migliore abbronzatura. Palline colorate saltano da una racchetta all’altra e per i soliti errori ammutoliscono nella sabbia. Alcune ragazze belle stanno fintamente assorte in romanzi e piuttosto ostentano i loro seni, distesi su teli di spugna. Nessuno s’accorge di nulla.
Sul deserto.
novembre 3rd, 2008 § Lascia un commento
Se ne sta lì seduto, nel centro dell’area, anche se la panca è dura e ci sono raffiche di vento. Vicino, nel campo da basket, cinque giovani neri sono di fretta: sudano e corrono il doppio per fottere il tempo troppo veloce. Devono strizzare i minuti e darsele anche di santa ragione, per sentirsi finalmente sfiniti e paghi. Lui, lì in silenzio. Lo sguardo fisso e assorto oltre la rete di recinzione, sul deserto vuoto, come se sopra la cornice di filo spinato non ci fossero blu intenso e nuvole gonfie a dare spettacolo. L’area è un rettangolo molto vasto, più o meno il doppio della piazza in città, e permette un’illusione di libertà: ma oggi è un’ora d’aria insolita e non vuole goderne. Anzi piuttosto torturarsi.


