
Lo scirocco cala improvvisamente fino a cessare e il mare si paralizza in forma piatta e biancastra come cera fusa. Dalla sommità del promontorio di macchia e rocce scure Asdrea distingue le correnti in strisce di varie opacità: lunghe e dritte come monotoni solchi d’aratro oppure irregolari come profili d’enormi imbuti. Le correnti non increspano l’acqua ma la muovono impercettibilmente ognuna in direzione propria. A perdita d’occhio picchettano pesci: banchi dal salto corto e arcuato oppure solitari decolli, lunghi e dritti sul pelo dell’acqua. I gabbiani stridono e ne assediano i voli. Il mare vive placidamente questo mattino presto di bonaccia.
Asdrea freme. Scende con furia per il sentiero più breve e maggiormente scosceso. L’affanno lo inciampa in un masso di pietra lavica, fermo sulla sabbia da sempre, proprio accanto alla BluVarkë. Accarezza lo scafo che ha levigato con cura per renderlo più veloce. Già da mesi, molte ore ogni giorno, si allena sul vogatore di uno zio morto annegato. Vuole attraversare il mare con le proprie braccia, giovani e lunghe.
La BluVarkë galleggia perfettamente. I remi di mogano ciondolano dagli scalmi e il sedile di una Zastava attende con lo schienale rivolto a prua. Taniche d’acqua, chili di pane e salami di pollo. Una lenza con ami. Una coperta e un giaccone. Maggio.
Seduto Asdrea rema con ritmo lento ma vigoroso. La BluVarkë scivola silenziosa e l’acqua è come un lago quieto. Gli unici suoni sono i cigolii degli scalmi, le pale dei remi che filano l’acqua e i tonfi dei pesci. Il cielo basso e l’aria tutto intorno sono pesanti. Nella foschia s’intravedono ancora le montagne brulle abbandonate.
A sedici anni Asdrea in un rischioso travaglio decide di farsi rinascere altrove. Rema ostinatamente e un succo salato di mare gli taglia il viso. Patisce la terra, la madre e gli amici lasciati. La BluVarkë avanza a strattoni nel singhiozzo dei suoi pensieri.
Dopo molte ore Asdrea è stanco. A galla due pescecani sfrontati giocano in circoli stretti. Uno osa farsi sfiorare sul dorso mentre l’altro recalcitra e si lascia affondare nel ventre del mare. Il sole supera finalmente la coltre d’umidità densa e Asdrea in malinconia canta.
” La nobile fanciulla il prigioniero
armò e s’avviò con lui,
dritto al lido del mare.
Salì su una nave combattuta dal vento,
di là dal mare si posò.
Ma come scese alla spiaggia straniera,
rimase come impietrita
e rivolta verso il mare:
O mia bella Morea,
come ti ho lasciato più non ti vidi!
Ivi ho lasciato il signor padre,
ivi ho lasciato la signora madre,
ivi ho lasciato anche mio fratello:
tutti sepolti.
O mia bella Morea,
come ti ho lasciato più non ti vidi! “
[trad. tratta da La Scommessa Della Morea, canto popolare albanese]
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