1950.

luglio 21st, 2010 § Lascia un commento

Lei urlò dalla finestra: «Vieni». E ancora, a squarciagola: «Vieni». Faceva molto caldo e la resina dei pini si scioglieva nell’aria fino a farsi annusare.

«Cos’è?» chiese lui, scalando gradini a passi lunghi.

«Femmina», sentì rispondere con voce impassibile. Fermo in corridoio, per darsi tempo cercò i fiammiferi nelle tasche più scomode; poi aggiunse: «Ancora un’altra?».

Si. Ancora un’altra femmina.

«Cosa vuoi da me? Vuoi capire che non è colpa mia se tu fai solo femmine?». Risero. Abbracciandosi appena s’accorsero d’avere in comune il sudore dolciastro dei fichi di colazione.

La bambina stava bene e già succhiava silenziosamente colostro. Nata minuta e con un casco di capelli neri come calamai.

Le donne del quartiere, al momento preciso, si fidavano soltanto di lei. Nelle case impartiva abilmente il ritmo dello spingere e del respirare, mentre teli bianchi bollivano in acqua e cenere.

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